venerdì 8 dicembre 2017

SUBURBICON di G. Clooney (recensione di N. Da Lio)

George Clooney, dietro la cinepresa, ci porta in una new town USA degli anni cinquanta, un esperimento urbanistico per famiglie medio borghesi americane. Nella pratica un progetto di segregazione razziale a beneficio dei bianchi. Ad un certo punto qualcosa interviene a rompere la pace. Da una parte l'insediamento di una famiglia di afroamericani, che scatena l'odio dei concittadini. Dall'altro un efferato crimine che si consuma nella casa del bianchissimo e molto per bene Matt Damon. Il figlio di questi comincerà ad andare a fondo sui reali motivi dell'omicidio della madre, mentre il resto della città è interessata soltanto a far la guerra ai poco graditi nuovi arrivati. La sceneggiatura è scritta dai fratelli Cohen, e si vede, visto come si destreggia tra il thriller e la commedia grottesca. Quel che ne emerge è un'allegoria dell'era Trump, tra razzismo e ipocrisia. Tra gli interpreti, una Julianne Moore, “sdoppiata” come la donna che visse due volte, ed un eccezionale Oscar Isaac.

domenica 19 novembre 2017

THE PLACE di P. Genovese

Un uomo (Valerio Mastandrea) resta seduto tutti i giorni nello stesso tavolino all'interno di un bar chiamato The Place. È solo, ma riceve le cicliche visite di sconosciuti che pongono a lui i desideri più profondi. Lui si limita ad ascoltarli e a chiedere loro un'azione, il più delle volte tremendamente crudeli, per vedere esauditi i loro sogni. Mentre questi sconosciuti arrivano al punto di rovinare le loro vite, spesso intrecciandole tra di loro, si chiedono chi sia questo uomo che riporta su un'agenda tutte le loro azioni e pensieri: un angelo, un demone, o un semplice manipolatore di persone per scopi ignoti? Paolo Genovese, dopo il successo di Perfetti Sconosciuti, gira il remake italiano di un serial americano, The booth and the end, portando una carrellata dei volti di mezzo cinema italiano (anche se non tutti al livello di Papaleo, Mastandrea e Giallini), e ci porta in una storia minimalista nella costruzione quanto surreale e ambiziosa nel contenuto. Di impostazione smaccatamente teatrale, avendo come unica location il bar, il film ci porta nei mille rivoli in cui si intrecciano i destini delle persone, ponendoci di fronte il tema: fino a che punto si è disposti ad arrivare per realizzare un desiderio? E quanto spazio il mostro che è in noi lascia alla speranza? E se i due elementi coincidessero? Il film non dà e non vuole dare risposte, così come gioca abilmente sulla natura del protagonista. Una colonna sonora troppo eccessiva nel sottolineare i momenti emotivi, e qualche incertezza nel montaggio (che guarda l'America ma non ci arriva), non sminuiscono un'opera interessante per trama e interpretazioni.

sabato 4 novembre 2017

BLADE RUNNER 2049 (Recensione di N. Da Lio)

Pochi lo ricordano, ma quella pietra miliare della cinematografia mondiale che è 2001 Odissea nello Spazio di Kubrik ha avuto un seguito (2010 L'Anno del Contatto, di Peter Hyams). Ovviamente nettamente inferiore al capostipite, ma comunque un buon film di fantascienza. E questo non ha scalfito minimamente la bellezza di 2001. Con il sequel di Blade Runner ci troviamo di fronte ad una situazione un po' diversa. Perché Blade Runner 2049 di Denis Villenuve non è un buon film di fantascienza: è un ottimo film di fantascienza, e anche un bel film. E riesce ad esserlo non attraverso la strada del paragone con l'inarrivabile capolavoro di Ridley Scott, ma attraverso un intelligente rapporto con esso. Il sequel dialoga infatti con l'originale senza stravolgerlo Innanzitutto ne prosegue la trama (30 anni dopo) rispettandola. La rispetta al punto di incastrarsi sia con la versione cinematografica dell'82 (Deckard non è un replicante, e Rachel può vivere a lungo), sia con le successive Director's e Final Cut (Deckard è un replicante e non conosciamo il reale destino di Rachel). Sapientemente non clona poi la trama del primo: l'indagine per dare la caccia a dei replicanti viene sostituita da un 'indagine per venire a capo di un mistero, quasi come una spy story sulle reali identità dei personaggi. Un'indagine che porta il protagonista (interpretato da Ryan Gosling) e lo stesso spettatore verso false piste, con rivelazioni che si scopriranno con sorpresa per tutti, e scelte narrative coraggiose e non influenzate dalle necessità di incasso.
Altro elemento fondamentale, 2049 è ambientato nello stesso mondo del primo B.R., ma ne allarga la visione. Infatti, solo un quarto di film è girato nella oscura Los Angeles del futuro (ancora completa di insegne vintage come quella di Atari); il resto è ambientato nelle immense distese di campi che circondano la metropoli viste nell'apertura del film, o in una San Fracisco ridotta ad una grande discarica e sede di un orfanotrofio/lager per bambini abbandonati. O, ancora, in una Las Vegas abbandonata a causa delle radiazioni, dove si consuma l'incontro tra il protagonista ed il personaggio di Deckard, interpretato nuovamente da Harrison Ford. Tutti mondi ricreati con set veri e teatri di posa, con pochissima CGI.
Ritroviamo anche qui i replicanti, e di nuovo essi fungono da metafora per l'umanità che siamo noi oggi. Ma non sono gli unici esseri sintetici presenti nella trama: ologrammi che funzionano come sistemi operativi e gestionali, e non solo, si rivolgono direttamente alle applicazioni smart e interconnesse che caratterizzano la nostra quotidianità.
Insomma si può dire che 2049 espande e rispetta l'originale. Lo rispetta soprattutto perché lo lascia come un soggetto autonomo e fruibile nel suo senso originale, sia con la visione del sequel. che senza. Per intenderci, Scott ha stravolto il senso e la trama del suo Alien girando Prometheus e Covenant. Con Blade Runner questo rischio non esiste. E tematiche in comune tra i due film abbondano. Innanzitutto cosa definisce l'umanità di ognuno (attraverso il rapporto con la morte, nel primo, nella capacità di fare una scelta, nel secondo); ma anche il confronto tra reale e virtuale, azzardando ipotesi inaspettate (alla domanda si può amare un costrutto virtuale, la risposta data è affermativa). Come l'originale, 2049 si addentra sul tema dei ricordi, visti come elementi che possono definire un'identità. E ancor di più del primo mette in dubbio la certezza dell'identità di ciascuno, ripescando in pieno un contenuto tipico di Dick, l'autore dal cui romanzo Cacciatore di Androidi fu tratto Blade Runner.
Aggiungiamo: una fotografia stupenda, non più concentrata su toni scuri, ma caldi, e comunque inquietanti e poetici allo stesso tempo; una colonna sonora che si distingue da quella di Vangelis, ma allo stesso tempo ne rievoca la potenza; un mefistofelico Jared Leto e la bella interpretazione dell'emergente Ana de Armas.

domenica 29 ottobre 2017

Blade Runner, 35 anni dopo.... di N.Da Lio

L'arrivo sulle sale di Blade Runner 2049, il (bel) sequel dell'originale film di Ridley Scott, ha riportato l'attenzione su questo emblematico film del 1982. E l'occasione è ottima per rivederlo, e riprendere una riflessione su esso in questo Blog il cui titolo è ispirato ad esso. Perché non stiamo parlando solo di un film. Parliamo del Film, trattandosi una di quelle opere che irrompono nel campo del cinema rinnovandolo, inventando dal nulla un mondo non reale, che è allo stesso tempo una visione del mondo reale, e proiettandolo nell’immaginario collettivo, dove vi rimarrà sempre custodito.
È il Film che ha influenzato ciò che cinematograficamente veniva dopo di esso, anticipando anche quello che stava per nascere in altri campi (il romanziere William Gibson, inventore del genere Cyberpunk, fu quasi colto da infarto vedendo Blade Runner, riconoscendo il mondo che lui aveva ricostruito nel suo primo libro, prima ancora che questo fosse uscito), e ispirando tutta una serie di fumetti, libri e giochi. È il Film i cui dialoghi (e soprattutto il monologo finale di Roy Batty prima di morire) sono stati recitati da un’intera generazione di spettatori. Parte del merito va sicuramente al grande genio letterario di Philip K. Dick, dal cui romanzo Do Androids dream of eletttric Sheep? (Gli androidi sognano pecore elettriche? In Italia anche con il titolo Cacciatore di androidi) fu tratto il film. Bisogna anche dire che con il (bellissimo) romanzo d’origine il film non ha molto in comune: l’idea iniziale, la visione della città decadentiste del futuro, i nomi dei personaggi principali, e il celebre interrogatorio con il sistema Voight-Kampf, grazie al quale il protagonista Rick Deckard capisce se di fronte a sé ha un’autentica persona o un replicante (o un androide per quanto riguarda il romanzo). Su molti altri elementi il film prende invece strade diverse. Gli androidi del romanzo sono simulacri (per usare un termine Dickiano), versioni distorte degli umani, delle copie che della genia originale hanno gli aspetti più negativi. Rappresentano la meta ultima di arrivo di un'umanità già sprofondata, ma comunque ancora in bilico tra un baratro e una difficile risalita. Insomma, gli androidi come minacciosa evoluzione degli uomini. Incapaci di provare empatia, votati alla dissimulazione e alla violenza. Nel film invece i replicanti proprio per la loro natura aliena, diventano più umani degli umani, proprio perché la mancanza di umanità (identificata da una vita a breve termine) li spinge a ricercare la medesima. Una sorte di ricerca del Graal a cui gli stessi uomini hanno rinunciato, rassegnati ad attraversare una piovosa e notturna megalopoli, pedoni guidati da segnali stradali video-sonori che dicono loro quando fermarsi e quando camminare, afferrati ad una tecnologia disumanizzata che non sanno più controllare, o ad inutili apparecchi come ombrelli dal manico fosforescente.
Il protagonista Deckard sembra anch’egli un rassegnato, investigatore senza vocazione, piuttosto maldestro, lontano dall’eroe tipico (Harrison) Fordiano tutto azione e vittorie. Dei quattro replicanti a cui dà la caccia, uccide piuttosto poco cavallerescamente le due donne disarmate, si fa quasi uccidere dal terzo, e viene salvato da una mortale caduta dal quarto. Si riscatta portando in salvo fuori la sua ragazza (Sean Young), anch’ella replicante .Ma del resto Deckard è solo un mezzo per portare lo spettatore attraverso la vera protagonista del film: la metropoli, nera ed enorme, mostruosa e bellissima allo stesso tempo. Città del futuro? No, la città dell’oggi. Quello che Scott raffigura è l’anima più dark di quegli anni ottanta del secolo scorso che erano appena iniziati. Nella pellicola troviamo molti elementi che hanno caratterizzato in maniera particolare quegli anni: le potenti multinazionali arroccate sui grattacieli, una rivoluzione tecnologica industriale (quella robotica-genetica nel film, quella informatica nella realtà), l’ossessione per il corpo, la malattia, la paura della vecchiaia, la sovraesposizione televisiva e pubblicitaria.
Insomma, un contraltare scuro e negativo dell’euforia Yuppistica di quel decennio, e allo stesso tempo una pietra tombale del lontano ricordo delle speranze legate agli anni sessanta. Blade Runner è diventato, quindi, uno dei più classici esempi di una fantascienza che descrive un angosciante futuro che trova il suo preludio nel mondo di oggi. E quasi nessun altro film è riuscito come questo ad introiettare nella cultura collettiva l’immagine di un domani così pessimista, di un’umanità così degradata senza scivolare nello scontato o nel ridicolo. È questa immagine è tanto più potente se si considera che quella grigia massa umana che si muove sotto la pioggia all’unisono coordinata da un segnale stradale, non è schiava di un dittatore o di un totalitarismo. Non c’è un Grande Fratello a guidarli, e non c’è nessuna matrice creata dalle macchine. Certo, ci sono le grandi corporazioni economiche a spadroneggiare, e si accenna ad un accentuato potere della polizia. Ma sono arrivati a quella condizione da soli, spontaneamente e passivamente. Una schiavitù autodeterminata….
Ci si perderebbero pagine e pagine ad enucleare tutti i significati, i simboli, voluti o no, manifesti o celati, di questo film: dalla paura della morte, al rapporto con l’artificiale, dal confronto Uomo-Dio, a quello tra verità e finzione. E si perderebbero pagine e pagine per descrivere la bellezza delle scenografie, del design ispirato da Moebius e altri disegnatori della rivista Metal Hurlant, degli effetti speciali di Donald Trumbull,o ancora della suggestiva colonna sonora di Vangelis. Ma per riassumere in una sola scena del film basterebbe il monologo finale di Roy Batty/Rutger Hauer, abbozzato in sceneggiatura, ma poi improvvisato e ricostruito dallo stesso attore in modo di renderlo immortale. Ed allo stesso tempo è una sintesi degli elementi principali del film: dal tema del “vedere”, già sottolineato dall'occhio iniziale che vede la città, o quello inquadrato dal test Voight-Kampff, o dal “fabbricante degli occhi”, a quello della morte, dai ricordi , fino alla pioggia che cade incessante sulla città e i protagonisti. "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire".

domenica 22 ottobre 2017

L'INGANNO di Sofia Coppola (recensione di N. Da Lio)

Durante la Guerra di Secessione Americana, un soldato nordista (Colin Farrell), ferito e fuggiasco, si rifugia in un collegio femminile, dove troverà l'assistenza delle due insegnanti (Nicole Kidman e Kirsten Dunst) e delle poche studentesse rimaste. Attraverso il remake di un classico degli anni settanta, La notte brava del Soldato Jonathan, per la regia di Don Siegel, Sofia Coppola riprende una delle sue tematiche ricorrenti, ossia l'inserimento di personaggi in una situazione socialmente alienante. Qui il gioco si fa doppio: da una parte il soldato che si confronta con la chiusura di una comunità in cui si è imbattuto; dall'altra il gruppo di donne il cui equilibrio viene interrotto dall'arrivo dell'uomo, e messo in pericolo dalle conflittualità interne che si scateneranno. La Coppola si conferma un'abile regista, che sa (e può) circondarsi di bravi attori (tra cui la fedele Dunst), ma come al solito amalgama il tutto con freddezza e distacco. Il soggetto potrebbe essere sviluppato meglio attraverso una trama più complessa e più coinvolgente. Soprattutto la regista avrebbe potuto giocare meglio con la grammatica della tensione tipica di un thriller. E invece pare che ci sia una fretta di arrivare al finale (il film dura appena un'ora e mezza) e alla bella immagine del cancello che chiude sia il film che il mondo recluso del collegio.

venerdì 13 ottobre 2017

MOTHER! di Darren Aronofsky (Recensione di N. Da Lio)

Era il film più atteso della Mostra del Cinema di Venezia, ed è stato il più fischiato. Parte con un incipit che già ci spoilera il fatto che la trama avrà una piega, se non fantasy, perlomeno surreale. Poi si sviluppa il primo tempo, la parte forse migliore del film, in cui Javier Barden e Jennifer Lawrence sono due coniugi (lui scrittore in crisi, lei donna di casa tuttofare, che non riescono ad avere figli), i quali ricevono la visita, nella loro villa isolata, di una coppia di sconosciuti, interpretata da Michelle Pfeiffer e Ed Harris. I quattro grandi interpreti tengono in piedi, con la loro presenza, per almeno un'ora il film, trascinandolo sempre più nella tensione, ricordando per certi versi The Others. Poi a metà pellicola, in seguito ad un'apparente risoluzione, la trama scivola nel delirio più completo,creando sgomento contemporaneamente nella protagonista e nello spettatore. Fan dello scrittore che occupano in massa la casa; eserciti che lanciano granate contro la stessa; un'editrice di romanzi che uccide uomini legati; una religione che si crea in quattro e quattr'otto tra la cucina e il salotto. Tutto questo e ben altro scorre davanti ai nostri occhi e purtroppo non ci sono più la Pfeiffer ed Harris a tenere su il gioco come prima. Il film quindi si rivela non essere né un thriller, né un horror, ma un'allegoria alquanto spinta che unisce tre temi: religione, maternità e creazione artistica. Forse diventerà un cult, forse con gli occhi dei ventenni appare diverso, ma personalmente mi è sembrato pretestuoso e, in fondo, basato su un'idea abbastanza poco interessante: probabilmente non sarebbe da dire, ma la Lawrence è la personificazione della.....

martedì 18 settembre 2012

LA BELLA ADDORMENTATA di M.Bellocchio

In anni di sovraccarichi mediatici ed informativi, ci siamo già dimenticati come il caso Englaro avesse diviso il nostro Paese solo pochi anni fa. Lo scontro (etico, politico, giurisdizionale , medico, ma anche personale ed umano), che lo percorse, è al centro del film di Bellocchio. Il regista sceglie di tenere di Eluana come contesto in cui si muovono personaggi di finzione. La posizione laica di Belloccio è palese, ma si pone sempre a un livello di rispetto di ogni coscienza, senza tentare di conciliare diverse posizioni, ma senza nemmeno condannarle. Il punto fermo è comunque che il rancore, qualsiasi sia la sua origine, spinge a non riconoscere quale sia il vero valore della vita e del morte, il senso dell’accudire un’altra persona, senza che questo si trasformi a sua volta in una violenza od in una dipendenza. Dall’attrice che rifiuta la recitazione nel tentativo di diventare una santa per salvare la figlia in coma, passando per il padre ripudiato alla figlia perché ritenuto colpevole della morte della madre malata, a tutte le altre storie narrate, c’è un unico filo conduttore: un “risveglio” metaforico (come piace ripetere a Bellocchio in conferenza stampa) che ad Eluana era precluso, ma che i vivi che hanno scelto la “morte sociale” (la drogata della Sansa, il politico disilluso di Servillo, ecc…) dovrebbero ritrovare. Ed in un’era di “disumanità patologica della politica” (espressione del regista stesso), per la quale, nella realtà filmica, i Politici vanno a consulto dal senatore – psichiatra Herlitzka che distribuisce psicofarmaci, è l’Italia intera che negli ultimi anni si trova in uno stato continuo di dormiveglia. Il caso Englaro non si può separare da chi governava in quel periodo e di come ha agito (“mi dicono che Eluana può avere le mestruazioni…”), e quindi il Berlusconismo viene rappresentato, seppur in pochi momenti, in tutte le sue storture; forse meglio qui che in tanti film di Moretti o della Guzzanti. Molto più cauto invece nei confronti della religione, di cui ne viene condannata sola la forma estrema, legata al rancore contro se stessi o contro gli altri, e quindi negazione essa stessa della vita vissuta. Il personaggio di Isabelle Huppert ne rappresenta appunto la forma intollerante, che nella patologica assistenza della figlia malata, compie del male a se stessa ed ai suoi congiunti. Ora nelle sale, il film è stato ingiustamente snobbato dalla giuria.